SE LA DIGITALIZZAZIONE ABBATTE LE BARRIERE: un punto di vista diverso sul PCT

Fotografia di Silvia Assennato

SIlvia Assennato, avvocato

di Silvia Assennato

Il processo civile telematico è una serie di attività tipicamente processuali finora svolte in forma cartacea, destinate a compiersi in via telematica (cioè da remoto) e che per questo richiedono il possesso di alcuni strumenti, materiali e culturali, del tutto nuovi.
La legge di Stabilità aveva stabilito fin dal giugno 2014, l’avvio del PCT nei procedimenti civili contenziosi o di volontaria giurisdizione ovvero nei processi di esecuzione, e quando si richieda l’emissione di un decreto ingiuntivo.
Nonostante l’apparente limitatezza del campo di applicazione, risulta empiricamente evidente come il mondo della giustizia stia attraversando l’ennesima rivoluzione della propria storia; nulla di cosi sorprendente, trattandosi di un settore nel quale le riforme si sono succedute a ritmo, più o meno regolare, negli ultimi 8 lustri.
Il professionista del settore legale si trova – in particolar modo negli ultimi anni – di fronte ad un processo di profonda trasformazione del modus operandi insito nella professione forense, dovuto alla sempre maggiore espansione della digitalizzazione del settore e dall’imponente corpo normativo che lo accompagna.
Si tratta a tutti gli effetti di una rivoluzione – partita sperimentalmente nel 2001 – che può coniugarsi a grandi linee, nel deposito telematico degli atti muniti di firma digitale a doppia chiave, nella diffusione globale dell’uso delle pec, in una parola nella smaterializzazione degli atti, e delle attività da compiere. In effetti il professionista forense non può al giorno d’oggi prescindere da una conoscenza quantomeno di base dei sistemi informatici in uso – anche perché – è bene ricordarlo – la responsabilità per danni o disciplinare, rimane sempre in capo al titolare, per esempio, della pec o della chiave di firma digitale che si assuma mal utilizzata.
In questo quadro, l’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico (o PCT) ha fatto emergere diverse criticità, in parte previste o prevedibili, in parte del tutto inaspettate.
Tuttavia, nonostante le perplessità iniziali di molti operatori del diritto e le resistenze esistenti in un sistema, in cui non tutti colgono questo nuovo strumento come occasione di miglioramento, e di incremento di efficienza della giustizia, la nuova struttura del PCT rappresenta un modello di riferimento anche per gli altri settori della giustizia, ancora non pienamente coinvolti (la sperimentazione sul processo amministrativo è in corso, in questi mesi).
Da più parti si afferma che si tratta di una occasione da non perdere ed in effetti i vantaggi sono – ancora una volta empiricamente – rilevanti sia in termini di costi che di tempo.
Vista dall’interno degli studi legali e degli uffici giudiziari tutto questo rappresenta – ripetiamo – una vera e propria svolta, ma la resistenza è ancora notevole anche se i professionisti maggiormente affermati stanno accogliendo (e talvolta anticipando) la svolta tecnologica, per mostrare ai clienti un modo innovativo di trattare le questioni che essi pongono.
Il discorso in linea generale, si muove tra cinque aspetti che la tecnologia consente di migliorare in modo rilevante: efficienza, sicurezza, contenimento dei costi, aggiornamento e responsività.
Crediamo che solo l’esperienza ed il tempo trascorso, potranno dire la verità sulla funzione e sull’utilità di questo nuovo sistema, vi è tuttavia un aspetto che sembra essere passato inosservato da molti dei commentatori: l’uso estensivo della tecnologia nel settore legale, ha bisogno di nuove abilità che prescindono – quantomeno parzialmente – dall’efficienza fisica necessaria fino ad oggi per stare in fila ad uno sportello, per depositare un atto o ritirare una memoria.
Tutto questo dovrà necessariamente avere un impatto sulla condizione lavorativa dei professionisti disabili per i quali già il solo abbattimento dei vincoli di mobilità rappresenta un evidente passo avanti, sia per la comunicazione, che per l’apprendimento, il lavoro e la fruizione o prestazione di servizi, anche legali.
Ma sappiamo che la tecnologia può andare anche oltre poiché è un’efficace strumento per la valorizzazione delle capacità residue dei disabili, ed è un aspetto che certamente riguarderà anche l’espansione del PCT, in quanto la digitalizzazione estensiva consentirà a sempre più disabili di intraprendere carriere professionali, in precedenza molto difficoltose, se non precluse.
Si potrebbe arrivare finalmente alla piena valorizzazione di una fetta rilevante della popolazione che mediamente è in possesso di un background formativo anche di rilievo, troppo spesso mortificato da un mondo del lavoro incapace di adattarsi anche a cambiamenti decisamente minimi perché abituato a vedere l’occupazione delle persone con disabilità come un mero obbligo di legge piuttosto che come un opportunità, o meglio abituato ad occupare i disabili solo per rispetto formale della legge, piuttosto che per le capacità che il candidato eventualmente dimostri.
Tutto questo potrebbe portare – se applicato con coerenza e con un minimo di adattamenti ragionevoli – ad un aumento esponenziale dell’occupazione delle persone con disabilità e a sovvertire le statistiche ed i numeri che nel 2003 – a due anni dal primo atto normativo di introduzione della digitalizzazione – fotografava una situazione poco meno che drammatica: un punto di vista diverso e poco costoso ma con evidenti ricadute positive anche in termini di spesa sociale, facilitando l’inserimento di professionisti disabili nel mondo delle libere professioni.
Anche in questo caso si tratta di un’opportunità enorme, che non possiamo permetterci di lasciar passare, nella consapevolezza che il cambiamento dei tempi deve far si che le persone con disabilità – e quindi anche i professionisti disabili – siano portatori di sviluppo e non meri fruitori di assistenza.

Silvia Assennato – Avvocato in Roma

 

Leggi anche

Primo Forum sul Diritto Accessibile: per rimuovere le barriere all’accesso ai diritti

VIOLENZA DI GENERE: SI MUOVE L’INPS

L’ORIZZONTE DELL’ETA’ ADULTA