VIOLENZA DI GENERE: SI MUOVE L’INPS

Fotografia di Silvia Assennato

SIlvia Assennato, avvocato

Autore: Avv. Silvia Assennato

In questi giorni vi è una parola sulla bocca di tutti: femminicidio. Ogni giorno un qualche essere umano, in Italia nel 2016, viene ucciso per l’incapacità di qualcuno di accettare la fine, l’abbandono, la sconfitta e la solitudine.
Ciò nonostante crediamo che la sua diffusione dipenda da un inevitabile appeal mediatico del termine stesso, giornalisticamente azzeccato, ma inesistente dal punto di vista giuridico.
Usando questo neologismo, quasi in forma ossessiva, sembra si voglia creare una nuova categoria di delitto, cosa impossibile in base alla legge e, per assurdo che possa sembrare si finisce per creare ancor maggiore discriminazione.

Nessuno può infatti ragionevolmente nascondersi che questi atti altro non sono che omicidi, aggravati, pluriaggravati se volete ma pur sempre omicidi.
Ogni altro termine, andrebbe a sottolineare che le donne non sono pari agli uomini, cosa francamente inaccettabile.

Occorre considerare che, con l’espressione violenza di genere in generale si indicano tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso.
La legge contro la violenza di genere persegue tre obiettivi principali: prevenire i reati, punire i colpevoli, proteggere le vittime. Con l’introduzione nel 2009 del reato di atti persecutori-stalking, che si configurano in ogni atteggiamento violento e persecutorio e che costringono la vittima a cambiare la propria condotta di vita, fino alla legge sulle ‘Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere’, risultano infatti rafforzati la tutela giudiziaria e il sostegno alle vittime, una serie di aggravanti e la possibilità di permessi di soggiorno per motivi umanitari per le vittime straniere.

Analogamente a quanto accade per altre forme di disagio è fondamentale l’intervento precoce e – in queste situazioni – si interviene solo con il consenso e la volontà del soggetto vittima del reato. E’quindi fondamentale non aver paura al momento di denunciare.
La conservazione delle proprie abitudini è un elemento che invece può essere di conforto e rafforzamento, ma la denuncia-querela e l’inizio del procedimento penale possono portare a modificazioni dello schema di vita vissute e percepite come drammatiche e quindi come ulteriore elemento di pressione.

Sul piano della conservazione con il decreto legislativo 80/2015, è stata introdotta una fondamentale novità nel nostro sistema legislativo, ossia la previsione di una tutela lavorativa e previdenziale delle donne che subiscono violenza e si trovino nella necessità di un percorso di protezione ed allontanamento dalle case e dai luoghi di lavoro, che non sia eccessivamente penalizzante sia sul piano della retribuzione che della contribuzione a fini pensionistici.
In primo luogo è previsto – ove necessaria – la trasformazione del rapporto di lavoro in essere a tempo parziale, sia verticale che orizzontale, con scelta reversibile a richiesta della lavoratrice e fatti salvi gli eventuali trattamenti più favorevoli.

Le modalità concrete di erogazione sono state definite dall’INPS con la circolare 65/2016, secondo la quale la platea è piuttosto ampia anche se non universale: il congedo infatti riguarda le lavoratrici dipendenti, del settore privato e pubblico e –con modalità dedicate – le lavoratrici parasubordinate, rimangono tuttora escluse le lavoratrici domestiche.
Per poter fruire del congedo è necessario essere inseriti in percorsi di protezione certificati e sotto il controllo dei servizi sociali comunali o regionali ed il congedo è fruibile per un massimo di tre mesi (90 giornate lavorative) da fruire nell’arco di un triennio che decorre dall’inizio del percorso certificato di protezione.
Per le giornate non lavorative il congedo non è fruibile o conteggiabile, poiché il congedo riguarda esclusivamente i rapporti di lavoro in essere.
I 90 giorni sono indennizzati al 100% dell’ultima retribuzione, da calcolarsi in riferimento alle sole voci fisse e continuative della retribuzione, la modalità di fruizione può essere giornaliera o oraria dipendendo dagli accordi collettivi o aziendali stipulati.
Per le lavoratrici della PA – considerando l’analogia con l’indennità di maternità – la stessa sarà erogata dal datore di lavoro costituendo reddito da lavoro dipendente imponibile ai fini del trattamento pensionistico.
Least but not last il congedo riguarda anche le lavoratrici con contratto di collaborazione continuata e continuativa, sempre per un periodo massimo di tre mesi. Questa previsione si scontra però con la lettera della norma che parla esplicitamente di datore di lavoro ma non cita il committente, il che esclude queste lavoratrici dal poter fruire dell’indennità. E’un elemento di ingiustizia che si sta lavorando per superare.

Silvia Assennato
Avvocato a rotelle, specialista in diritto della sicurezza sociale e della disabilità.
Silvia Assennato è esperta in diritto della sicurezza sociale con particolare riferimento all’assistenza, alla previdenza pubblica e al diritto antidiscriminatorio. Da diversi anni si impegna in qualità di esperta e relatrice in convegni e congressi in materia di ambiente, sicurezza e gestione della privacy. Silvia si è laureata nel 2000 all’Università di Roma “La Sapienza” e successivamente ha conseguito il Master in Diritto ambientale e sviluppo sostenibile presso l’Università “Lumsa” di Roma. È iscritta all’Ordine degli avvocati di Roma ed è abilitata al patrocinio innanzi le magistrature superiori. Parla italiano, inglese, spagnolo, tedesco e francese.
www.assennatoeassociati.it

 

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